Poesie

Sofferenza

 

Una notte d’autunno, tante croci,

ho visto un pendio di lato alla strada!

Un cimitero senza mura e senza luci;

tante croci bianche e sole, erano là, su di un prato, sotto un cielo stellato.

Ero passato di lì mille volte! Qualcuno sapeva e me ne aveva parlato…

Io guardavo, ma vedevo solo un prato,

o niente, nemmeno le stelle, che pur son belle!

Ora vedo, ora so, la sofferenza;

ora che mentre correvo lungo la strada,

una croce, la mia, mi ha fermato.

 


 

Tina

 

Sei come l’acqua di un torrente di montagna,

burrascosa, inquieta, entusiasta,

di volteggiare tra le rocce e di brillare sotto il sole.

Le braccia dei monti ti donano, allargandosi ed abbassandosi,

come per una promessa ancestrale, alla valle e poi al mare.

E tu, pur timorosa di osare e di non poter tornare, ti lasci andare, scivolare giù,

lungo il tuo cammino, verso il tuo destino.

E laggiù nella valle, le canne dei fiumi si inchinano per baciarti;

gli olmi invece, troppo alti ed austeri, vedono soltanto il tuo allontanarti.

Il cuore di chi ti ama batte accanto al tuo,

ed è dai vostri cuori immersi, tra i suoni e i colori,

che nascono e si dipartono le teneri e dolci onde con son proprie dell’amore.

 


 

L’esistente

 

Un bimbo ascolta una fiaba e sogna di essere un re,

con tanti tesori, tante schiere di cavalieri ed un castello, tanto bello.

Ma io non sono un bimbo e non ascolto le fiabe,

sono un uomo che cammina per strada, piove ed il selciato è bagnato.

Un malato terminale su di un letto d’ospedale,

si aggrappa al sogno incerto di una cura più forte,

per sfuggire alla morte. Ah! Sì la morte! Fa rabbrividire la morte!

Ma io sono un uomo che cammina per strada con le scarpe bagnate,

vorrei confortare quell’uomo malato!

Un proletario disoccupato e, per finire, indebitato,

sogna di vincere i milioni della lotteria,

e così scivolare nella vita in estasi ed euforia.

Ma io sono un uomo che cammina per strada, ho le scarpe bagnate…

vedo le auto parcheggiate in seconda fila, il traffico rallentato,

il buio è sceso, le luci accese.

E’ già una fortuna, comunque, non vivere la noia con le tasche piene! Forse.

Per un killer spietato, la vita della sua vittima, vale solo una mangiata di soldi,

per un cannibale affamato, la vita, fosse pure quella di un grande scienziato,

vale solo una mangiata!

Ma io sono un uomo che cammina per strada, ho le scarpe bagnate,

è un pomeriggio noioso di un autunno piovoso.

Ah! gli uomini! sono tutti diversi, ma il valore ela loro vita per me è uguale;

sono certo.

Sui muri di lato la strada vedo l’immagine fatata della top model del momento,

seducente, incantevole, perfetta… Oh! no! non voglio sognare!

No, non voglio spegnermi!

Vorrei soltanto essere presente, comunque sia, l’esistente.

 


 

Un fiorellino a Bologna (filastrocca)

 

E’ una notte piovosa la città riposa, sdraiata ai piedi delle sue torri famose.

Quella degli Asinelli è ferrea sentinella,

la Garisenda meno attenta, s’assopisce ed un po’ s’appende.

Ed è in questa notte quiete che voglio dirti di una storia lieta…

Il sole di primavera ormai giovinetto inizia a far sentire il suo calore

e gioca con una nuvoletta mora che di lui s’innamora.

Ora questo solincello, sentendosi sì gran bello,

snobba la nuvoletta a suo dire grassottella.

Voglio amare una stella, diceva,

non una nuvoletta nera che sembra una pantera!.

Povera nuvoletta nera di rabbia e di tristezza,

rimasta sola nel cielo abbandonata,

si lascia andare ad un gran pianto sconsolato.

Il sole stupìto, guarda di nascosto un sì gran pianto scomposto,

ma trovare una stella da amare è il suo sogno riposto.

Le stelle però di giorno son tutte nascoste,

e non sembrano interessate a tale proposta.

Ora il sole sempre più solo è preso da forte pentimento,

e così verso sera si riaccosta alla nuvoletta mora,

che commossa un po’ s’arrossa.

Il sole è sincero e per farsi perdonare,

le lacrime versate va ad asciugare.

Ora sui prati ogni raggio asciuga una goccia,

da cui sbocciano fiorellini: primule, viole, ciclamini;

ma uno sbocciato dentro la città,

pallido tenue e carino io so si chiama Martina.

Ora che la luce ti sveglia, non dimenticare questa storiella

e se pensi a quel fiorellino, ora sì tu pensi a Martina.

 


 

Acquerello

 

Due gocce di mare son posate sulla spiaggia ventosa,

in un’estate dal cielo terso riverso sul mare festoso.

Son gli occhi tuoi…dolce creatura dell’universo, così diversa…

Le onde rotolano da lontano e spumeggiando si riversano piano,

la brezza ti accarezza il viso, ti sfiocca tra le dita, ma tu riposi e non l’odi.

Dietro te un canneto, ti copre da occhi indiscreti,

dietro te le ombre dei colli scendono giù verso il mare,

dietro te il sole pomeridiano ormai calante, ormai lontano.

Dietro te la terra, piegata, modellata, davanti il mare;

il mare non lo puoi piegare o modellare,

il mare è l’emozione che non trova ragione.

E’ sera, è ora d’andar; scruti tutto intorno un rosaceo orizzonte,

sei contenta, ti abbracci il vento e lo stringi alla vita,

la vita! sì la vita, ma per amare, solo per amare.

 


 

Il cuore di Rosa

 

Amici non cercate! Il cuore di Rosa non è qui,

non è sopra un prato di primavera ad assaporarne i fiori;

non è sulla riva di un fiume dalle acque verdi e splendenti.

Amici non cercate, tra gli abbracci ed i sorrisi,

tra i fogli e le lettere traboccanti di gioia, non è più lì.

Amici guardate, il cuore di rosa è chiuso in un cassetto,

in una camera da letto, tra quattro mura domestiche.

Amici aiutatemi, il cuore di Rosa è una solo una macchina,

che pompa sangue ad un corpo ormai freddo e rassegnato.

Amici perdono! Esso stà pagando,

l’ingenua ansia di maternità e il dolce bisogno di stabilità.

Oh mio tesoro, sarà sempre più inutile,

recarsi sulla collina a piangere e pensare.

Oh mio Dio! Il sole si è oscurato ed il cielo sembra finito!

Amici abbracciatemi! Il cuore di Rosa non si sente più pulsare.

 


Beslan, la strage dei bambini nella scuola.

 

Babbo perdonami,

per la pena che ti ho dato quando ti hanno detto della scuola,

per il dolore di quelle ore lì fuori con il cuore in gola.

Babbo non mi sgridare,

per il vestitino nuovo del mio primo giorno di scuola stracciato,

per i fiorellini da donare alla maestra buttati.

Babbo scusami,

se ho tremato di paura…gli orchi ci sparavano,

è scoppiato tutto! E’ crollato tutto…

Non sento le manine, come farò a scrivere senza le manine?

Babbo grazie,

un angelo mi ha preso per mano,

vuole portarmi in cielo insieme alla mamma,

ma tu di corsa sei arrivato, ho visto il tuo volto!

Ora sento il tuo abbraccio forte!

Babbo perdonami,

per il dolore della mia morte!

Ma ora sono tanto felice di essere tra le tue braccia,

ora guardami nel viso,

il mio sorriso rivolto verso il cielo sarà eterno…

Ti voglio tanto bene.

Il tuo bambino.

Salviamo i Bambini dagli orrori degli adulti.

 


 

La giostra

 

(Omaggio ad una infermiera, una mamma, una donna)

Ti ho visto in ospedale tra sangue e lamenti,

nelle stanze da sola consolare malati.

…E ti ho visto di notte stirare camìce,

in cucina ormai stanca tra stoviglie e conti.

Lasciati pure agli abbracci, agli sguardi e ai sogni,

con un suono di giostra ti prenderà il tempo.

Ti ho sentito al telefono parlare alla tua prole,

le tue parole da sole sostenevano e saziavano d’amore.

E ti ho visto correre in riva al mare… e tra i monti sui sentieri,

lo sguardo alto, lo zainetto sulle spalle; sorridente, umana, vera.

Lasciati pure agli abbracci, agli sguardi e ai sogni,

come in un giro di giostra ti porterà il tempo.

Lo so potevi nasconderti, hai detto ci sono!

potevi restare indifferente, hai sorriso!

Eri bambina, ti è mancato qualcosa, ora io non so…

hai sofferto, hai pianto…chiedi poco al mondo, dai tanto.

Lasciati pure agli abbracci, agli sguardi e ai sogni,

con un suono di giostra svanirà il tempo.

 


 

Gesù, in fondo al pozzo stavamo noi!

 

Gesù,

perché non sei venuto a prenderci?

In fondo al pozzo stavamo noi!

Non speravamo in nessun altro al mondo… solo in te.

Tanto abbiamo aspettato…non sei arrivato.

Gesù,

noi volevamo vivere, tornare su; tanto,

…era troppo forse?

Con le lacrime, le urla, l’angoscia, il terrore nel buio,

il freddo, freddo, la sete … abbiamo pregato.

Tanto abbiamo pregato…non sei arrivato.

Gesù, ad un punto, quando il lupo mannaro ci mordeva i corpi,

ti abbiamo supplicato di darci la morte, subito, presto, …era troppo forse?.

Abbiamo chiesto perdono dei nostri poveri peccati, tutti abbiamo perdonato.

Tanto abbiamo supplicato…non sei arrivato.

Gesù bambino, bambino come noi,

perché non sei venuto a prenderci…

noi non avevamo nessun altro al mondo,

solo te.

Gesù! Lì in fondo al pozzo, stavamo noi!

In onore e per non dimenticare, Salvatore e Francesco Pappalardo (Gravina di Puglia, 2008)

 


 

I tuoi occhi sono le tue mani

 

(da una storia vera)

Vallì, ti ricordi , eri bambina,

avevi sei anni e facevi la prima;

la maestra , furibonda, ti sgridò,

per quelle lettere fuori le righe!

“Maestra non le vedo (le righe),

maestra io non ci vedo!”

Un tramono così inatteso all’alba della

tua vita!

Sulle colline intorno casa, sui colori

pastello, sui visi festanti dei bimbi in un

prato.

Né la notte che ne seguì è mai terminata!

I dottori parlavano di nervo, di retina..

Ma nella tua mente, sì tenera e sola, altre

furono le parole.

“Vallì la tua luce finisce qui”. Ne fosti

sgomenta,

Mammaa, dove sei? Chi c’è? Che ora è?

Non ce la facesti a piangere,

il tuo cuore si era gelato.

Un giorno (forse era giorno), bussarono

alla porta,

erano due uomini e si dissero,

carabinieri!

Volevano accertare quell’ipotesi di reato

loro confidata:

“Quella donna fa tutti i mestieri, in casa e

fuori casa e, riscuote la pensione dei

ciechi”.

Quando il milite ti chiese “ma è vero che

tu ci vedi?” Rispondesti sì, “si è vero io ci vedo!”

“Però sappiate che non posso guardare

lontano…i miei occhi sono le mie mani!”.

Oh Vallì, i tuoi occhi sono le tue mani!

Ora so perché non puoi guardare

lontano!

Vallì l’alfabeto (dei non vedenti) lo

sbagli! Ti cadono gli oggetti dalle mani!

Oh mio dio cosa c’è oltre il buio e la

notte?

I dottori parlano di nervo (alle mani).

Non ti ricordi dei volti, dell’altezza degli

alberi, ma di questa parola sì (nervo).

Un tramonto nella notte?, com’è

possibile?

Sei sgomenta Vallì.

Ma no, ora possiamo salvare il nervo e

la ‘vista’ tornerà sulle tue mani!

Lo so che non potrai guardare lontano,

ma quanta (tanta) luce splende dalle tue

mani!

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